Su tutte le richieste che ricevo, questa è la più frequente e la più ragionevole: «manca l'organizzazione delle note in progetti o cartelle». Me la scrivono persone che usano Itomori tutti i giorni e che hanno tutte le ragioni per chiederla.
Ho deciso di no. Non «non adesso», che è il modo educato di dire «forse»: no. E siccome è una decisione che riguarda chi lo usa, mi sembra giusto spiegarla per intero invece di lasciarla implicita in una funzione che non arriva mai.
La domanda che costa più di quanto sembra
Le cartelle sembrano gratis. Non lo sono: hanno un prezzo, e si paga tutto in una volta nel momento peggiore. Ogni volta che salvi qualcosa, prima di salvarlo, devi rispondere a una domanda — dove lo metto?
Quella domanda arriva quando un pensiero è appena nato e dura pochi secondi. Ti sposta dall'avere l'idea al catalogarla: due attività diverse, e la seconda spegne la prima. In macchina, camminando, in fila alla posta, basta a farti dire «poi lo scrivo». Poi non lo scrivi.
Ho costruito Itomori esattamente per togliere quella domanda. Rimetterla dentro significherebbe rimettere il problema che il prodotto esiste per risolvere.
E poi non esiste una risposta giusta
C'è un secondo motivo, più tecnico e altrettanto banale: un appunto su un progetto con un cliente del settore vino va in «Progetti», «Clienti» o «Vino»?
Qualunque cartella scegli oggi, fra tre mesi la cercherai nell'altra. Non è disorganizzazione: è che un'idea vive in più posti contemporaneamente, e una gerarchia ne ammette uno solo. Il meccanismo — perché le cartelle falliscono e cosa funziona al loro posto — l'ho raccontato per esteso qui. Questo articolo è sulla decisione, non sul meccanismo.
Quello che chiedono davvero non sono le cartelle
È la parte che mi ha convinto più di ogni altra, e l'ho capita rileggendo i messaggi.
Chi chiede le cartelle quasi mai vuole ordinare. Vuole ritrovare — e non si fida che il sistema lo faccia al posto suo. È una richiesta di fiducia travestita da richiesta di funzione. La cartella è rassicurante perché è un gesto che conosci: la fai tu, quindi sai che c'è.
Se le cose stanno così, aggiungere le cartelle non risolve il problema: lo nasconde. Risolverlo vuol dire rendere la ricerca e le connessioni così buone che la domanda non venga. Se non ci riesco, il difetto è mio, e le cartelle sarebbero un modo elegante di non ammetterlo.
Cosa c'è al posto loro
Tre cose, e nessuna chiede di decidere niente prima di salvare.
La ricerca per significato. Chiedi «cosa avevo detto sul prezzo» e trova la nota in cui parlavi di «quanto farlo pagare», che la parola «prezzo» non la contiene.
Le note correlate. In fondo a ogni nota ci sono le altre che parlano della stessa cosa. Non le hai collegate tu: sono state trovate.
I tag, che qui non sono etichette. Nascono dalla nota invece di essere scelti prima, e servono a collegare, non ad archiviare — la differenza è tutta lì.
La cosa che potrebbe farmi cambiare idea
Una decisione senza una condizione di smentita è un pregiudizio. Quindi la dico: se arrivassero molte persone con centinaia di note e la ricerca si dimostrasse misurandola insufficiente, il discorso si riapre.
Ma si riaprirebbe su «raggruppare per significato», cioè su qualcosa che Itomori fa per te — non su cartelle da riempire a mano. La differenza non è di forma: è chi fa il lavoro.
Perché ve lo scrivo invece di tacere
Perché una funzione che non arriva senza una spiegazione sembra una dimenticanza, e questa non lo è. E perché un prodotto si sceglie anche per quello che rifiuta di fare: le funzioni le copiano tutti, il metodo no.
Se sei arrivato fin qui e continui a pensare che ti servano, scrivimi e raccontami cosa ci metteresti dentro. Non per farmi cambiare idea sulle cartelle — su quelle sono abbastanza sicuro — ma perché in quel racconto c'è quasi sempre un problema vero che sto risolvendo male da un'altra parte.
